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Maria Luisa Frisa


January 05 2010
Fashion

The fashion era

Maria Luisa Frisa è una delle figure più interessanti e importanti che lavorano in Italia, a livello internazionale, con la moda e con quelle discipline che trasversalmente si relazionano ad essa. Direttore del Corso di Laurea in Design della Moda presso la Facoltà di Design e Arti di Venezia (IUAV), come giornalista collabora con ‘L’Espresso’ e ‘Domus’, oltre ad essere curatore di mostre e di progetti interdisciplinari, capaci di raccontare la complessità dell’immaginario contemporaneo, ne sono esempi il libro e la mostra alla Stazione Leopolda di Firenze “Excess. Moda e underground negli anni Ottanta”, in collaborazione con Stefano Tonchi, e con Raf Simons e Francesco Bonami la pubblicazione “Il Quarto Sesso. Il territorio estremo dell’adolescenza”. Musa per le nuove generazioni di creativi di moda, uno sguardo sempre vigile e personalissimo sul fashion system, continua nel suo percorso di analisi e ricostruzione critica della storia della moda italiana, grazie anche a due nuove pubblicazioni.

Il 2 dicembre è stato presentato il libro "Gianfranco Ferré. Lezioni di Moda", da lei curato e edito da Marsilio Editori e Fondazione Pitti Discovery. Come è nata l'idea di rendere pubblici gli insegnamenti del compianto designer italiano e quale pensa sia l’eredità che Ferré ha lasciato alle nuove generazioni?

L'idea di raccogliere le lezioni tenute da Ferré è stata di Rita Airaghi, che mi ha chiamato per curare il libro, perché conosce bene il mio grande impegno come direttore di una scuola di moda e anche il lavoro che sto portando avanti sulla ricostruzione critica della storia della moda italiana e sulla definizione del suo carattere identitario. Ferré è stato l'unico stilista in Italia che abbia avuto a cuore la trasmissione del proprio sapere e della propria esperienza. Impegno e disciplina, penso siano il grande lascito che ci ha fatto, d'altronde Mathew Barney, uno degli artisti più visionari della nostra epoca, definisce il suo lavoro attraverso i concetti di ‘Desiderio’, ‘Disciplina’, ‘Progetto’. Il designer è stato uno dei grandi innovatori della moda italiana. Ci ha lasciato un percorso di lavoro straordinario ed esemplare. La cosa migliore è assumerlo per poi dimenticarlo, per correre il rischio, come ha fatto lui, di portare avanti un progetto nuovo e personale. Capace di interpretare al meglio i tempi che stiamo vivendo, molto diversi da quelli in cui è fiorito il Made in Italy.

Con Stefano Tonchi, importante figura dell'editoria internazionale, già suo partner lavorativo in precedenti manifestazioni e pubblicazioni, ha attuato un'altra importante operazione di recupero. Durante il prossimo Pitti Immagine verrà inaugurata una mostra su Walter Albini. Quali le motivazioni e le scoperte nell'avvicinarsi a questo lavoro e, secondo lei, quali le ragioni per cui lo stilista sembra sia stato dimenticato in questi anni dal nostro fashion system?

Non faremo una mostra su Walter Albini, presenteremo il libro che abbiamo curato con una installazione alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti. Da tempo volevamo fare un lavoro su Walter Albini, autore seminale nella definizione del pret-à-porter, ma anche nella costruzione di quel sistema della moda in cui la creatività italiana ha avuto una grande parte. Un sistema che adesso bisognerebbe avere il coraggio di superare per andare avanti, percorrendo nuovi territori. Non è vero che Albini è stato dimenticato, tutti ne parlano, ma senza conoscere realmente il suo lavoro. Nel mercato del vintage, per esempio, è molto difficile trovarne gli abiti. È morto troppo presto, nel momento in cui si stava affermando la figura dello stilista. Ma ci sono autori come Armani che devono moltissimo a lui e al suo immaginario di riferimento. E parlando con i nuovi creatori si scopre che è un loro punto di riferimento. Il libro che abbiamo curato non solo corregge i molti errori nelle biografie uscite fino ad ora, ma propone anche un apparato iconografico straordinario, mai visto prima, fatto di fotografie delle sfilate e di servizi fotografici comparsi nelle riviste di moda internazionali, a documentare come fosse conosciuto in tutto il mondo.

L'ospite d'onore di Pitti W, dopo gli americani Proenza Schouler della passata edizione, sarà l'inglese Giles Deacon, il cui stile è sicuramente meno urban bcbg e più eccentrico. Cosa ne pensa del lavoro di Deacon? Cosa ci dobbiamo aspettare, secondo lei?

Il lavoro di Deacon mi interessa moltissimo, Deacon è autore che riesce a tenere insieme ricerca e risultato, non per niente è prodotto da un'azienda come Castor, capace di restituire al meglio le
poetiche vestimentarie dei fashion designer più interessanti delle ultime generazioni. Ci dobbiamo aspettare una presentazione diversa, sicuramente capace di raccontare noi e il nostro tempo.

Se la scorsa edizione di Pitti aveva come tema portante le immagini di Pitti People, questa ha come filo conduttore 'il bla bla bla della moda', ovvero il parlare di e sulla moda, che interagirà con il lavoro architettonico studiato da Patricia Urquiola. Questo, secondo lei, sottintende la speranza, o la realtà, che alla gente interessi ancora l'argomento o riflette più un atteggiamento "autoreferenziale" del fashion system?

Il fashion system è certamente un sistema autoreferenziale, che si nutre moltissimo del suo bla bla bla. Ma continua a essere anche molto curioso, guardandosi sempre intorno con attenzione, affamato di tutto. Dobbiamo comunque ricordare che la moda ormai non sono solo i vestiti, ma sono gli stili visti, le scelte culturali, le esperienze. Viviamo l'Era della moda.

Propos recueillis par Stefano Guerrini ©modemonline