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A-Lab Milano


February 12 2010
Fashion

Una piccola "factory"

Dalle passerelle milanesi del Fashion Incubator promosso dalla Camera Nazionale della Moda Italiana a quelle della Berlin Fashion Week per A-lab Milano.

Sono stati fra i cinque nomi selezionati per sfilare lo scorso settembre all’interno del progetto “Incubatore della moda”, promosso dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e sostenuto dal Comune di Milano. Si sono distinti, anche sulle recenti passerelle della Berlin Fashion Week, per una creatività che rifugge il minimale per abbracciare un immaginario fortemente evocativo, ricco di input ispirativi. Incontriamo Alessandro Biasi , Simona Costa e Andrea Orazi , i tre designer che hanno fondato A-lab Milano.

Riuscite a descrivere lo stile A-lab Milano? Cos’è A-Lab e come si caratterizza il vostro lavoro?
Lo stile di A-lab Milano è caratterizzato da alcuni elementi fondamentali: la ricerca continua, lo studio del dettaglio, delle forme, dei volumi. Lavoriamo all’interno del “lab” quasi sette giorni su sette, pensiamo, studiamo e sviluppiamo tutto dall’interno del nostro mondo. Questo viene racchiuso nei capi, nel sound, in una foto o in un video.

Negli ultimi mesi siete entrati fra i nomi del Fashion Incubator della Camera Nazionale della Moda Italiana. Mi raccontate le emozioni di sfilare a Milano, ma anche quella di andare a Berlino?
Sono state sensazioni diverse. Sfilare nel capoluogo lombardo è stato la realizzazione di un sogno, siamo molto legati a questa città, l’abbiamo inserita nel nome del brand proprio per questo, vogliamo essere il lato emozionale di Milano, la dimostrazione che il panorama della fashion week milanese sta cambiando. Berlino è una città interessante, purtroppo abbiamo avuto poco tempo per poterla vivere intensamente. È stato comunque emozionante, uno show è la punta visibile di una piramide, racchiude le energie di molte persone, è non provare emozioni. Per noi è importante sfilare, perché ci consente di esprimerci al meglio e far conoscere la nostra dimensione nel suo complesso. Confrontarci con realtà diverse, infine, è sempre costruttivo e stimolante.

Non considerando l’aiuto della Camera Nazionale, cosa pensate si potrebbe fare in Italia per favorire un ricambio generazionale e aiutare i giovani?
Ascoltarli realmente, conceder loro il tempo di comunicare, con i propri mezzi, la propria dimensione creativa. Tutto è troppo veloce nel mondo, soprattutto nella realtà moda. Il sistema non potrà mai cambiare se chi ha la possibilità di farlo non lo vuole realmente. Riteniamo che da questo punto di vista la stampa sia più attenta e interessata a un cambiamento reale, forse anche perché in alcuni casi può essere più libera. Ci fa piacere apparire sulle testate mainstream, ma c’è un mondo, alternativo, di nicchia, che si muove, fatto di blog e testate indipendenti, di persone e opinioni libere, che non sono affatto da sottovalutare.

Siete nati con il desiderio di essere una sorta di Factory italiana, dove molti input creativi potessero convogliare in un unico progetto. Come è cambiato questo sogno?
Ci consideriamo ancora così, solo che adesso siamo anche un’azienda, ma questo non ci impedisce di collaborare con altri creativi. L’unica vera differenza è che adesso è tutto più focalizzato. Lo sviluppo del brand ci porta via tantissimo tempo e questo è un bene, vuol
dire che stiamo crescendo, ma purtroppo rallenta quei progetti extra che vogliamo si sviluppino attorno ad A-lab Milano. Ci sono molti giovani capaci, talentuosi, desiderosi di esprimersi e crediamo che l’unico modo per farsi sentire sia creare delle
sinergie. In fondo è risaputo: l’unione fa la forza!


Stefano Guerrini ©modemonline

Photo: Sergio Valente